8.7.25

Caos non sempre calmo

“Buongiorno a tutt*”.
Così si è presentato un tipo alquanto anonimo che l’azienda dove lavora la mia migliore amica ha pagato fior di euro per un corso di formazione sull’inclusività.
Inclusività…
Più sento questa parola e meno la sopporto.
Da persona ingenua, forse, quale sono, ho sempre avuto una corrente di pensiero: ogni persona è unica e speciale in quanto persona e, dal momento che non esistono cloni umani, siamo tutti speciali perché ognuno non è mai uguale a un altro.
Ecco perché trovo assurdo che alcune persone si riconoscano dicendo di appartenere a delle minoranze.
Quelle stesse minoranze che cercando di incasinare un mondo già abbastanza complicato. Io sono gay, quella è lesbica, l’altro è trans, poi c’è il non binario, l’asessuale, quello che fa sesso con chiunque, quello che lo fa con gli alberi, quello che si traveste da bambino con il ciuccio e il pannolino, e c’è il queer, il bisex...
Oh, gente, datevi un freno!
Le etichette, come diceva qualcuno di molto famoso, vanno bene ma solo per i vestiti e non per le persone.
E soprattutto giù le mani dai bambini.
Trovo un crimine, un’ideologia allucinante quella di dovere considerare i bambini come se fossero adulti, come se già dai primi anni sapessero e capissero cose come l’orientamento sessuale, la sessualità o la percezione del sé.
Un bambino deve fare poche e semplici cose: giocare, mangiare, rompere le scatole ai genitori e ricominciare da capo.
Liscio, nessun problema. Sarà lui, da grande, a capire chi è e cosa vuole.
Perciò basta imporre assurdi cambiamenti di sesso, basta insinuare idee sbagliate se un bambino gioca con le bambole o una bambina invece vuole scoprire come si smonta una motore.
Basta woke, basta assurdità.
Torniamo al mondo semplice, dove contano le persone e non le etichette, dove basta essere se stessi.
Fermiamoci, fintanto che siamo in tempo.





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